Migranti Bosnia Erzegovina
Migranti Bosnia Erzegovina

È ormai da qualche settimana che sentiamo parlare della tragedia umanitaria che si sta consumando in Bosnia-Erzegovina, dove centinaia di migranti sono intrappolati nel gelo dell’inverno, malmenati dalla polizia croata, senza cibo e soccorsi, ma com’è cominciata questa storia? E soprattutto, chi se ne sta occupando?

La rotta balcanica

È corretto cominciare a spiegare la vicenda partendo dalla rotta balcanica.
La rotta balcanica è una delle principali vie d’accesso al vecchio continente per i migranti provenienti da Siria, Iraq e Afghanistan, soprattutto a seguito dell’apertura dei confini da parte dell’Unione Europea e degli Stati Balcanici.
Migliaia di persone hanno calpestato questo lungo corridoio che si estende tra Grecia, Macedonia, Serbia, Bosnia-Erzegovina, Croazia, Slovenia e Austria, influendo sulla morfologia e sui confini di questi territori. Infatti, presto sono sorti campi profughi di transito, stazioni ferroviarie, centri di distribuzione di cibo e vestiti, ma anche cliniche mediche.

Nel 2016, in virtù dell’accordo tra Ue e Turchia, i confini degli Stati lungo la rotta balcanica sono stati definitivamente chiusi e il viaggio verso l’Europa è diventato molto più pericoloso e costoso.
Tuttavia, la rotta balcanica non si è mai chiusa, anche se il numero di persone in transito è decisamente diminuito. In questo contesto, Serbia e Bosnia-Erzegovina sono diventati i due paesi più interessati dalla rotta balcanica.

Ecco quindi emergere il vero problema europeo: l’assenza di vie legali accessibili per accedere in Europa per gli stranieri e la scarsità di garanzie per i richiedenti asilo. Infatti, le persone che arrivano in Bosnia, un paese extra-comunitario, sono la piccola parte di richiedenti asilo che sono riusciti ad arrivare in Grecia, sfuggendo prima alle autorità turche, e poi alle autorità greche; e sono generalmente in viaggio da anni.
È difficile capire tutte le ragioni che spingono i migranti a lasciare la Grecia per raggiungere altri paesi europei ma, in generale, si possono collegare all’irrigidimento del governo greco verso i richiedenti asilo, espresso nel taglio dei fondi per l’accoglienza, nell’osteggiamento del lavoro delle Ong e nel respingimento illegale di migliaia di migranti verso la Turchia.

L’arrivo in Bosnia

Una volta giunti in Bosnia, la situazione per i migranti non è certo migliore. Innanzitutto, perché si tratta di uno stato molto povero, attraversato da tensioni etniche che hanno portato al frazionamento del governo centrale e delle amministrazioni locali, che governano già con molte difficoltà. Infatti, per gestire una crisi umanitaria come questa, è necessaria la presenza di uno stato centrale forte, capace di prendere decisioni.
In secondo luogo, perché le componenti etniche della popolazione bosniaca, cioè serbi e croati, guardano con diffidenza e pregiudizio i richiedenti asilo provenienti da Medio Oriente e Nord Africa, rendendo difficile l’integrazione e la vita nel paese.
A questi fattori strutturali e culturali, si è aggiunto un grave problema logistico, quando lo scorso 23 dicembre 2020, un incendio ha raso al suolo il campo provvisorio per i rifugiati di Lipa, nel nord-ovest della Bosnia, collo di bottiglia per migliaia di migranti che sperano di raggiungere l’Europa.
Da quel momento, centinaia di persone sono rimaste al freddo, senza cibo, acqua o elettricità, con i piedi nella neve e senza aiuti.

Chi si prenderà cura di loro?

L’Unione Europea si riconferma incapace di gestire le crisi umanitarie e, soprattutto, rivela ancora una volta l’apatia della sua retorica sui diritti umani e sulla necessità di creare “vie legali per bloccare l’immigrazione clandestina”.
Dal 2018, infatti, l’Ue ha versato circa 88 milioni nelle casse di Sarajevo affinché gestisca i campi profughi allestiti sul suolo bosniaco. Tuttavia, è solo da gennaio, dopo che l’incendio ha acceso i riflettori sulle condizioni dei migranti in Bosnia, che la Commissione Europea ha annunciato lo stanziamento di ulteriori 3,5 milioni di euro di aiuti umanitari per aiutare i migranti in condizioni di estrema vulnerabilità in Bosnia.
In aggiunta, il Commissario Europeo per la Gestione delle Crisi, Janez Lenarčič, ha denunciato l’inefficienza e l’inazione del governo bosniaco, che avrebbe potuto evitare questa catastrofe umanitaria, se avesse utilizzato in modo corretto le risorse e le strutture esistenti disponibili.
Tuttavia, mentre, di fatto, l’Ue è impegnata a rimbalzare a Sarajevo la responsabilità per quello che sta avvenendo in Bosnia ed Erzegovina, ignora quanto accade sulle sue frontiere, per mano di poliziotti e miliari europei.

The Game
, lo chiamano sadicamente i migranti, il gioco, o meglio, la roulette russa sulla pelle degli esseri umani, che migliaia di persone ogni anno intraprendono nel tentativo di superare la frontiera tra Bosnia e Croazia. La maggior parte di coloro che provano ad attraversare la frontiera con la Croazia finisce vittima di violenti pushback, respingimenti illegali operati dal Paese UE alla frontiera esterna per impedire ai migranti l’accesso al territorio e, quindi, la protezione internazionale. “Violenti” perché la polizia croata vuole dissuadere sia chi ha tentato di giocare, sia chiunque altro sia tentato dalla partenza, nonostante si tratti di azioni illegittime che violano il diritto internazionale, costituzionale e il principio di non-refoulement.

Un’Europa che resta a guardare

A causa dei respingimenti, i migranti vedono violato il loro diritto di presentare richiesta di asilo in un Paese UE, ma, davanti a tali violazioni, l’Europa preferisce versare milioni di euro a un Paese terzo affinché blocchi il flusso migratorio, senza interesse per i diritti umani.
Ne risulta che, solo la società civile, attraverso diverse realtà non profit presenti sul posto, è impegnata nel provvedimento concreto di aiuti, sostegno e sostentamento ai migranti in transito in Bosnia. Invece, non ci sono serie prese di posizioni né da parte dell’Ue, né tantomeno dal governo bosniaco, intenzionato apparentemente a far finta di niente.

Dalla Bosnia a Lesbo, dal Mediterraneo alla Turchia, abbiamo ignorato volutamente e troppo spesso le crisi umanitarie dei migranti. Serve un intervento coraggioso e collettivo, una strategia incentrata sui diritti umani, che abbia come priorità la vita umana, la responsabilità e l’accoglienza. L’assenza di politiche europee adeguate non può trasformare la Bosnia in una Turchia 2.0 a scapito della dignità di centinaia di persone in fuga dalla guerra e dalla persecuzione. È tempo, l’ultimo possibile, di intervenire, di esigere il cambiamento.

Hai bisogno di ulteriori informazioni?
Scrivici a help@infoimmigrazione.com
Rispondiamo sempre.

Online Legal Support

Ricevi la tua risposta in poche ore.

CONTATTA UN AVVOCATO

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Iscriviti alla Newsletter

Riceverai tutti gli aggiornamenti sulla tua casella di posta.

Potrebbero interessarti

Titolo di viaggio per stranieri, cos’è e chi può ottenerlo

Il titolo di viaggio è un documento equipollente al passaporto del Paese…

Dichiarazione di ospitalità, come si ospita un cittadino extracomunitario, modello PDF

La dichiarazione di ospitalità è un documento necessario per i cittadini stranieri…

Patente straniera: quando utilizzarla in Italia e come convertirla

Il vigente Codice della Strada (artt. 135-136 del D. Lgs. 285/1992) permette…