Rohingya. Foto da asianews.it
Rohingya. Foto da asianews.it

Il Governo del Bangladesh continua ad inviare sull’isola di Bhasan Char migliaia di profughi, trascurando la costante richiesta dei gruppi di attivisti per i diritti umani, di interrompere questo esodo forzato.

Il Governo si oppone alle richieste, forte del fatto che il piano di ricollocazione dei profughi serva ad offrirgli migliori condizioni di vita. La verità è che lo scopo principale è quello di rimpatriare più di un milione di rifugiati in Myanmar.

Facciamo un passo indietro.

Chi sono i Rohingya e com’è la situazione ai confini tra Bangladesh e Myanmar

I Rohingya sono un gruppo di musulmani, appartenenti agli strati più poveri della popolazione, residenti principalmente in Myanmar (nello stato di Rakhine), al confine con il Bangladesh.
La situazione dei Rohingya è sempre stata difficile, poiché rifiutati dal popolo birmano per via della loro fede religiosa e per via della convinzione che essi siano dei bengalesi arrivati nel periodo delle colonizzazioni inglesi.

Il Myanmar è uno degli stati del Sud-Est Asiatico in cui vengono risconosciute diverse religioni, ma resta prevalentemente buddhista.
Da qui, le prime forme di discriminazione verso i Rohingya, ai quali non viene riconosciuta alcuna cittadinanza. Viene vietato loro di muoversi liberamente nel paese e vengono costretti a vivere in campi sovraffollati fuori dalla città di Sittwe, capoluogo del Rakhine.

La situazione è peggiorata drammaticamente nel 2017: si stima che alla fine di agosto 2017 circa 866 mila Rohingya, siano riusciti a fuggire in Bangladesh.

L’isola di Bhasan Char

L’isola di Bhasan Char, nel Golfo del Bengala a sud del Bangladesh, emerge nel 2006. Benché considerata idonea ad accogliere un numero considerevole di rifugiati (forte di interventi di messa in sicurezza, per un totale di 112 milioni di dollari, da parte delle forze della marina del Bangladesh) il territorio dell’isola è soggetto a regolari inondazioni, arginate approssimativamente negli ultimi mesi, tramite l’utilizzo di terrapieni e dighe. Inoltre sono state costruite abitazioni, negozi e moschee.
I funzionari dichiarano che l’isola “è pronta per essere abitata. Tutto è stato ultimato”.

Il progetto di trasferimento di una parte di profughi Rohingya, ospitati in Bangladesh, è iniziato a fine 2018. L’obiettivo è quello di alleggerire la pressione sui campi di Cox’s Bazar, in particolare quello di Kutupalong, al confine con il Myanmar.
Qui dall’agosto del 2017 sono ammassati oltre 740mila rifugiati musulmani, fuggiti dopo lo scoppio delle violenze tra esercito birmano e militanti dell’Arakan Rohingya Salvation Army (Arsa).

Il Primo Ministro bengalese, Sheikh Hasina, ha più volte dichiarato che il Bangladesh “non riesce a sopportare il peso dei profughi” e che quindi, il rimpatrio sia assolutamente necessario. Non vengono considerate però, le intenzioni delle vittime di questa storia. Dal canto loro infatti, il rimpatrio volontario in Myanmar è ingiusto e pericoloso, almeno finché Naypyidaw (la Capitale Birmana) non riuscirà a garantire la sicurezza e il rispetto dei fondamentali diritti di cittadinanza. 

A conferma di quanto sia difficile la situazione, i Rohingya fanno sapere che preferiscono rimanere nei campi di Cox’s Bazar, nonostante non sia consentito studiare, ci siano livelli altissimi di criminalità e pessimi servizi igienici.

L’appello delle associazioni in difesa dei diritti umani

Le Nazioni Unite hanno più volte cercato di portare alla luce quella che è la loro costante preoccupazione, ovvero il fatto che ai rifugiati non sia ancora permesso di prendere una decisione libera e informata circa l’opportunità di trasferirsi.

Anche Amnesty International e Human Rights Watch hanno chiesto al governo di annullare il piano trovando, di contro, una risposta ambigua: il governo ha detto che i gruppi per i diritti umani e le Nazioni Unite dovrebbero capire le sue buone intenzioni.

Fino a che il Governo birmano rifiuterà di assumersi le responsabilità per i crimini riconosciuti dal diritto internazionale, sarà difficile che le vite dei Rohingya (così come quelle di tutte le minoranze etniche del Sud-Est Asiatico) migliorino.

Queste popolazioni ancora soffrono per le enormi e costanti violazioni dei diritti umani per mano delle autorità del Myanmar. La speranza è che il Consiglio di sicurezza dell’Onu riferisca con urgenza della situazione in Myanmar al Tribunale penale internazionale.

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