Foto di Massimo Sestini
Foto di Massimo Sestini

L’emergenza sanitaria del coronavirus non ha fermato l’esodo di migliaia di migranti che cercano di trovare rifugio nelle coste meridionali della penisola italiana.
I primi mesi del 2021 sono stati “zona rossa” per il Mediterraneo: vere e proprie tragedie umanitarie si sono consumate sotto gli occhi di un’Italia e un’Europa spesso indifferenti.

Naufragi al largo delle coste italiane, respingimenti in Libia da parte della guardia costiera libica e salvataggi da parte di navi commerciali sono solo la punta dell’iceberg di un sistema di gestione del fenomeno migratorio che viola sistematicamente i diritti umani. 

Gli arrivi in Italia

Rispetto al 2019, i dati registrano un incremento significativo – quasi esponenziale – del numero di migranti sbarcati in Italia. 

Secondo il Dipartimento della Pubblica sicurezza, nei primi due mesi del 2021 i migranti sbarcati in Italia sono stati più di 4.500.
La proporzione dell’incremento è facile da costatare se si considera che nello stesso periodo, nel 2020 si segnavano circa 2.300 migranti e nel 2019 solamente 262.  

Fonte Ministero dell'Interno
Fonte: Ministero dell’Interno, dati aggiornati al 26 febbraio 2021

Questo trend di crescita ha iniziato a consolidarsi sin dall’inizio dello scorso anno ed ha trovato un picco nei mesi estivi, in corrispondenza di condizioni marittime e di viaggio più favorevoli.

La maggior parte delle traversate hanno inizio dalle coste libiche, ossia dall’inferno dei centri di detenzione dove è ormai noto che pesanti violazioni dei diritti umani sono all’ordine del giorno. 

Negli ultimi mesi, la principale nazione di provenienza è la Tunisia – a causa della situazione di forte instabilità politica, crisi economica e violenze.
Gli altri stati di provenienza sono Costa d’Avorio, Sudan, Eritrea e Bangladesh.

I naufragi del Mediterraneo Centrale

Al fianco degli sbarchi continuano tragicamente anche i naufragi al largo dei nostri mari, sotto lo sguardo spesso indifferente delle istituzioni nazionali ed europee. 

L’OIM e l’UNHCR hanno confermato che lo scorso 20 febbraio nel Mediterraneo Centrale almeno 41 persone sono annegate e restano disperse. Si trattava di un gommone proveniente dalla Libia con a bordo 120 persone, di cui 6 donne (una di loro incinta) e 4 bambini, che ha iniziato ad imbarcare acqua. Alcune di loro hanno perso la vita cadendo in acqua o annegando nel tentativo di raggiungere un’imbarcazione vicina. Altri non sono sopravvissuti durante la difficile operazione di salvataggio della Vos Triton, che si è avvicinata per prestare soccorso ai naufragi. La nave è riuscita a recuperare 77 persone ed un cadavere; mentre i restanti – tra cui 3 bambini e 4 donne (una madre di un neonato attualmente accolto a Lampedusa) – rimangono dispersi. 

Alcune fonti hanno riferito che l’equipaggio della nave mercantile voleva riportare gli esiliati in Libia ma una grande protesta a bordo ha convinto il capitano a dirigersi a Lampedusa. Questa rivolta ha di fatto sventato un tentativo di respingimento in Libia. 

Nonostante la nave sia arrivata domenica scorsa a Lampedusa, ai sopravvissuti non è stato permesso di sbarcare. Dopo essere rimasta stanziati al largo dell’isola, lunedì la Vos Triton è stata reindirizzata a Porto Empedocle, dove i migranti sono sbarcati.

Secondo InfoMigrants, la Vos Triton, aveva già soccorso i migranti in mare nel marzo 2019 e li aveva riportati a Tripoli. 

I respingimenti in Libia

Il diritto internazionale impone obblighi precisi a carico degli stati, tra i quali quello di garantire nel modo più sollecito il soccorso e lo sbarco in un luogo sicuro. Viste le continue e gravi violazioni dei diritti umani perpetuate sia dalle autorità che dalle milizie, la Libia non può e non deve essere considerata porto sicuro dove ricollocare i migranti. Le Nazioni Unite ed altre agenzie umanitarie (che non sempre hanno accesso nei luoghi di prigionia -specie se clandestini) denunciano da anni gli abusi, le violenze, i rapimenti, le uccisioni perpetuate in territorio libico. 

Per rispetto dell’obbligo di non-refoulement, l’Italia e l’Europa devono mettere a disposizione sufficienti risorse per porre in salvo i migranti e garantire un porto aperto in Italia per sbarcare. 

Quello della Vos Triton non è un episodio isolato: altre navi commerciali come Asso29 e Asso30 e hanno salvato oltre 300 persone in fuga dalla Libia nelle ultime settimane. Non si tratta di mezzi e personale attrezzato per prendersi cura delle persone per molto tempo. È proprio questo il risultato della mancanza di soccorsi statali e della criminalizzazione delle ONG, che costringe gli equipaggi delle navi mercantili a colmare il vuoto di salvataggio e ad impegnarsi in operazioni per cui non sono attrezzati.

Lo scorso 26 febbraio oltre 150 migranti sono stati intercettati e rimpatriati in Libia dalla guardia costiera. Le motovedette libiche hanno intercettato la barca che aveva lanciato una richiesta di soccorso ad Alarm Phone. 

Secondo l’IOM almeno 3.700 donne, uomini e bambini sono stati rimpatriati in Libia quest’anno. La maggior parte è stata portata in detenzione, dove le condizioni già disastrose continuano a peggiorare.

Necessario un cambiamento di sistema

L’attuale situazione dimostra che il fenomeno migratorio non può essere affrontato come lo abbiamo affrontato finora. Quello attuale non è un sistema sostenibile né compatibile con gli obblighi del diritto internazionale, del diritto internazionale dei diritti umani e del diritto internazionale del mare.  Nuove strategie sono necessarie sia a livello nazionale che a livello regionale e internazionale, per stabilire una cooperazione più efficace e un vero sistema di burden-sharing. 

L’attuale sistema di Dublino è stato accettato come un fallimento dallo stesso Parlamento Europeo. È un patto che si basa su rimpatri, rafforzamento dei confini, creazione della “fortress Europe”. Solo riconoscendo il principio di solidarietà che è alla base dell’istituzione dell’Unione Europea si potrà pensare ad un sistema di effettiva cooperazione e collaborazione. 

Anche il Memorandum Italia-Libia si è dimostrato un fallimento dal bilancio deludente. I fondi pubblici (oltre 765 milioni) stanziati dall’Italia sono stati di fatto impiegati per bloccare gli arrivi e proteggere le frontiere. Risulta evidente che questa non è una soluzione di medio-lungo periodo. Al contrario, si tratta di un sistema che alimenta la criminalizzazione dei soccorsi, i respingimenti illegali e le morti in mare. 

Considerando i trend degli ultimi mesi, urge più che mai istituire dei corridoi umanitari, o passaggi sicuri che permettano ai migranti di poter raggiungere il paese di destinazione senza rischiare la vita in mare. È necessario garantire un modo sicuro per permettere alle persone di cercare protezione in Europa. 

Secondo l’IOM, le vittime nel Mediterraneo centrale dall’inizio del 2021 sono già circa 160.

Fin quando la migrazione sarà vista come un problema da risolvere, e non come un fenomeno naturale e persino come una risorsa, sarà difficile immaginare una risposta adeguata e compatibile con il rispetto dei diritti umani, in primis del diritto alla vita, di ogni essere umano – incluso dei migranti e dei rifugiati. 

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