Proteste in Tunisia
Proteste in Tunisia

Continuano le proteste in Tunisia, dove le nuove generazioni sono scese in piazza per denunciare la povertà economica e la corruzione della classe politica.
Le forze dell’ordine hanno risposto con violenza tramite metodi coercitivi per disperdere i manifestanti. 

La scorsa settimana il primo ministro della Tunisia Hichem Mechichi, ha imposto un blocco di quattro giorni e un coprifuoco notturno più rigido per limitare i contagi da Covid-19. La stessa ordinanza imponeva anche un divieto di proteste.
A partire dal 15 gennaio, proprio in concomitanza del decimo anniversario della rivoluzione, i giovani tunisini sono scesi in piazza a Silana, a 130km da Tunisi.
Le proteste si sono velocemente estese in altri governatorati del paese. 
Il motto che riecheggia nelle piazze è lo stesso che nel 2011 segnava la lotta per la democrazia: “il popolo vuole la caduta del regime“.

Il perché delle proteste

La motivazione delle rivolte è legata alle restrizioni conseguenti alla pandemia, che hanno aggravato un malessere economico già presente e radicato, generando una vera e propria crisi economica e sociale. 
In Tunisia, la mancanza di opportunità di lavoro ha reso un terzo dei giovani disoccupati. Nel 2020 l’economia della nazione ha subito un calo del 9%, associato ad un aumento notevole dei prezzi. In particolare, la pandemia ha colpito gravemente il turismo, settore fondamentale dell’industria tunisina. 

Le promesse non mantenute dai governi nel corso degli anni hanno esasperato un malcontento generale. I giovani, infatti, si schierano contro la corruzione della classe politica che non ha adottato riforme politiche a dieci anni di distanza dalla primavera araba.
Concretamente, questo si è riflesso in servizi statali scadenti, inadeguati ed inefficaci per supportare i cittadini. 

A una settimana dall’inizio, le proteste sono ancora in atto con l’obiettivo di ottenere diritti fondamentali quali lavoro, rispetto della dignità umana e rilascio dei detenuti. La gioventù tunisina si schiera in prima linea per chiedere giustizia sociale e cambiamento politico. 

La risposta della polizia non ha tardato ad assumere carattere violento, alimentando la situazione di tensione. L’esercito è stato schierato sia a Tunis, la capitale, che in diverse altre città, soprattutto nei quartieri popolari e abitati dalla classe operaia. 

Le forze dell’ordine hanno risposto alle manifestazioni utilizzando gas lacrimogeni, cannoni ad acqua e manganelli. Oltre ad esercitare violenza, le autorità hanno arrestato arbitrariamente di centinaia di protestanti.
Più di 1000 persone sono state arrestate, di cui la maggioranza minorenni, di età compresa tra i 14 e i 15 anni. 

Secondo Amnesty International, le autorità tunisine hanno dispiegato la forza in modo sproporzionato e illegale, maltrattando i protestanti e torturando le persone prese in custodia. 

Queste violazioni dei diritti umani si sommano all’elevato rischio di contagio da Covid-19 nei centri di detenzione, dove le condizioni sanitarie sono precarie e il distanziamento sociale è quasi impossibile da mantenere.

Esercitare il diritto alla libertà di riunione pacifica e di espressione non può essere motivo di arresto, né può giustificare l’uso della violenza.
La frustrazione del popolo nei confronti della classe politica e della grave crisi socioeconomica è il carburante delle proteste, che con tutta probabilità non si fermeranno nei prossimi giorni.
È necessario ascoltare la voce della disperazione dei giovani tunisini per seminare un vero cambiamento nel sistema.

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