L'affido familiare per i minori stranieri non accompagnati
L’affido familiare per i minori stranieri non accompagnati

I minori stranieri non accompagnati (MSNA), sono ragazzi e bambini arrivati in Italia senza genitori. Alcuni perdono i genitori durante il viaggio per raggiungere l’Europa, altri partono da soli perché in cerca di fortuna o per sfuggire a guerre, calamità, povertà.

Dal 2017 è in vigore in Italia la Legge Zampa che, per la prima volta in Europa, rende obbligatoria l’accoglienza dei minori non accompagnati e predispone due forme di tutela: l’affido in famiglia e il tutore volontario.

Cos’è l’affido familiare

L’affido familiare è un istituto che consente sia ai single che alle coppie – sposate o conviventi – di accogliere un minore italiano o straniero. Si differenzia dall’adozione perché ha carattere temporaneo.

Per accogliere un minore straniero non accompagnato e avvalersi dunque dell’affido familiare, è necessario rivolgersi ai servizi sociali della propria città, i quali valuteranno, passo dopo passo, l’idoneità della famiglia all’affido del minore.

I dati del Ministero dell’Interno

Secondo il rapporto SIPROIMI 2018 (ultimo disponibile) e i dati sugli arrivi dei migranti del 2019 del Ministero dell’Interno, i minori sbarcati in Italia sono 8342, ma solo il 3% fino ad ora ha beneficiato dell’affido familiare.

Ma procediamo per gradi e vediamo prima un po’ di dati: dei MSNA attualmente registrati il 5,3% ha 14 anni o meno, e lo 0,7 ha meno di 6 anni, il resto ha fra i 16 e i 17 anni. Il 93% sono maschi. 

Molti provengono da regioni remote dell’Africa e, sia nei loro paesi di origine che durante il viaggio, hanno subito violenze, torture e schiavitù.
Le nazioni di provenienza più frequenti sono Albania (1.689), Egitto (755), Gambia (573), Costa d’Avorio (554), ma anche Somalia, Nigeria, Eritrea, Bangladesh, Mali o Afghanistan. E poi ci sono più di 4.000 c.d. “irreperibili”, cioè minori stranieri per i quali le autorità segnalano un allontanamento e non si trovano più. 

I pericoli per questi ultimi sono molteplici: rischiano lo sfruttamento, la prostituzione (anche per i soggetti di sesso maschile) la tratta degli esseri umani e la vendita di organi, così come il pericolo che finiscano nelle mani della criminalità e dello spaccio.

Il rischio di arrivare da soli

I minori che arrivano in Italia sono particolarmente vulnerabili, sia perché privi, appunto, delle figure genitoriali, sia perché provengono da realtà difficili: hanno affrontato un viaggio lungo e subiscono traumi molto gravi.

Difatti, diversi studi dimostrano che la maggior parte di essi manifestano notevoli sintomi di ansia, depressione e stress post-traumatico, che possono perdurare nel tempo.

L’adolescenza è un periodo evolutivo difficile anche per i ragazzi che non hanno vissuto particolari traumi e vivono in famiglie, per così dire, “normali”. Figuriamoci per gli adolescenti stranieri che emigrano, lasciano il loro spazio geografico, la loro famiglia, il loro gruppo di appartenenza e la loro lingua. Tutte circostanze queste, fondamentali per la formazione della personalità e lo sviluppo di un’identità ben precisa.

Le difficoltà delle famiglie affidatarie

È proprio in questo contesto così difficile che l’accoglienza tramite l’affido familiare può fare la differenza rispetto a quella nelle Comunità che, per quanto accogliente e attenta ai bisogni dei minori, non ha la stessa dimensione affettiva ed inclusiva di una vera famiglia.

L’affido familiare costituirebbe quindi una scelta ideale: farebbe risparmiare risorse pubbliche e nello stesso tempo garantirebbe maggiori possibilità e affetto ai minori.
Nonostante ciò, l’affido in Italia non decolla, quali sono i motivi?

Secondo la Convenzione ONU sui diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, i requisiti minimi affinché un minore possa essere affidato, comprendono innanzitutto il benessere dei minorenni, il reclutamento, la formazione e la valutazione delle famiglie affidatarie, il collocamento, lo sviluppo e il sostegno continuo a tali famiglie ed infine il monitoraggio e la transizione verso l’età adulta. 

Il compito della famiglia affidataria è, dunque, molto complicato: oltre a far sentire il minore parte della famiglia, così come farebbe con un proprio figlio, deve valorizzare la diversità del minore straniero, supportandolo a sperimentare un senso positivo di identità ed aiutandolo a raggiungere il proprio potenziale.

Le famiglie affidatarie devono essere reclutate e valutate tenendo conto delle specifiche esigenze etniche, culturali, religiose e linguistiche.

Difatti, gli affidati di origine straniera fanno emergere spesso problemi specifici, legati alle caratteristiche culturali di provenienza.
Ad esempio, il valore della regolazione del tempo, rilevante nella nostra cultura, non lo è in altre, con conseguenze sui tempi che ha abitualmente il ragazzo affidato nell’organizzazione della vita e sulla sua puntualità a scuola, al lavoro, ecc.

È importante valutare anche l’ambiente circostante, dove vive la famiglia affidataria: il quartiere e la disponibilità dei servizi, che comprendono sia l’offerta educativa, sia la possibilità di accedere alle istituzioni religiose.
Nelle situazioni di affido poi, i fratelli non devono essere separati l’uno dall’altro, a meno che non vi siano motivi pregnanti. E in tal caso si deve far sì che possano facilmente tenersi in contatto.

Le famiglie affidatarie devono essere formate adeguatamente, monitorate dopo il collocamento e supportate dai servizi sociali. Le famiglie che hanno intrapreso questo percorso però, lamentano la mancanza di sostegno da parte dei servizi sociali.

Perché l’affido non ha ancora successo?

Uno dei motivi per il quale l’affido familiare non prende piede, può individuarsi nelle difficoltà che devono affrontare le famiglie affidatarie per intraprendere questo percorso. Un altro motivo è invece da ricercare nelle decisioni politiche sull’argomento, che non hanno mai scelto di approfondire, pubblicizzare o incentivare questo tipo di scelta.

Altra circostanza che influisce sul mancato successo dell’affido, è la non equa distribuzione dei minori per ogni regione: in Sicilia, dove avvengono la maggior parte degli arrivi, ci sono 2575 minori stranieri non accompagnati, più del 30% del totale, seguono la Lombardia con 846 e il Lazio con 704 (dati 2019).
In queste Regioni l’assistenza sociale e le associazioni che si occupano di minori non accompagnati sono sovraccaricate di lavoro.

Ma nonostante tutti i problemi, le difficoltà e le strade in salita, ci sono esempi virtuosi da considerare, come quello dell’Unità organizzativa affidamento familiare di Palermo che, grazie ad una buona campagna di promozione, grazie al supporto delle associazioni di volontariato del territorio, e grazie agli incontri nelle scuole, caserme, e parrocchie, è riuscita ad affidare – nel 2018 – dieci ragazzi e una ragazza.

La storia di Mohammed

Ed è con la testimonianza di uno di questi ragazzi che vorrei concludere questa riflessione sull’affido: Mohammed, dalla Nigeria.

Parla con commozione di Barbara, la sua seconda mamma in Italia, “mi ha sempre seguito in tutto e per tutto. Nel calcio, nella musica. Grazie a lei, ho due famiglie”, poi si emoziona e non dice altro.
Mohammed, anche se forse non lo sa, ha iniziato un percorso di “resilienza”, termine molto usato in questo periodo, direi quasi un termine alla moda, soprattutto nei contesti difficili come questo. 

È usato in psicologia per definire la capacità di far fronte ad eventi traumatici, la forza di riorganizzare la propria vita dinnanzi alle difficoltà, di ricostruirsi senza alienare la propria identità. 

Questa capacità potrebbe essere supportata dalle istituzioni, tenendo a mente una cosa molto semplice: i minori non accompagnati, oltre ad essere stranieri, un problema da risolvere o un caso di studio, sono e restano sempre ragazzi, e come tutti i ragazzi hanno bisogno di una famiglia.

Avv. Alessandra Consiglio

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