Guerra in Etiopia
Guerra in Etiopia

Lo scorso 4 novembre nel Tigray, regione dell’Etiopia settentrionale, ha avuto inizio una guerra civile ancora in atto. Le ostilità riaccese, insieme alla situazione già instabile nell’intero Corno d’Africa, sono risultate in una vera e propria crisi umanitaria. 

Migliaia di persone sono state uccise e circa un terzo della popolazione del Tigray è fuggita dall’inizio del conflitto. 

Il Tigray è terra del più alto numero al mondo di sfollati interni (IDP) a causa di conflitti. Più di 50.000 Etiopi si sono spostati in massa verso il Sudan, confinante solo tramite un fiume, attraversato a nuoto o in barca dai rifugiati.
Allo stesso tempo, nella regione del conflitto è in atto una vera e propria emergenza umanitaria: migliaia di persone non hanno accesso ai beni di prima necessità come acqua e cibo, e sono vittime di diversi tipi di violenza. 

Le origini del conflitto

La guerra trova le sue basi in un’ostilità di lunga data tra il governo federale etiope e il Tigray, la regione più settentrionale del paese. 

Il Tigray rappresenta meno del 6% degli abitanti dell’Etiopia. Nonostante ciò, il partito attualmente al potere della regione, Tigray People’s Liberation Front (TPLF), che rovesciò la dittatura marxista nel 1991, ha esercitato un’influenza enorme sul governo, le forze armate e le imprese dell’Etiopia.
Il gruppo etnico Tigray, infatti, ha goduto per quasi tre decenni di potere e influenza sproporzionati negli affari del governo. 

Le denunce contro il governo del TPLF, divenuto sempre più autocratico, hanno acceso anni di proteste antigovernative che alla fine hanno spinto al potere il primo ministro Abiy Ahmed nel 2018. Subito dopo, i membri del gruppo etnico del Tigray sono stati allontanati dalle posizioni di potere e arrestati per corruzione e repressioni, aprendo un profondo abisso tra la regione del Tigray e il governo federale.

Una delle prime mosse del governo di Abiy è stata firmare un accordo di pace con l’Eritrea, confinante col Tigray, ponendo fine a due decenni di ostilità derivanti dalla guerra del 1998-2000.  Sebbene questa mossa abbia conferito ad Abiy il premio Nobel per la pace nel 2019, non ha posto fine all’inimicizia tra il TPLF e il governo federale etiope. 

Il primo ministro, infatti, intendeva unificare il paese aumentando il potere del governo federale e riducendo al minimo l’autonomia dei governi regionali. Questa spinta alla centralizzazione ha trovato le resistenze di gruppi regionali, religiosi ed etnici, aumentando la tensione già presente. 

Lo scorso settembre il Tigray ha sfidato il governo federale decidendo di tenere le elezioni parlamentari, anche se le elezioni generali sono state rinviate a causa della pandemia di coronavirus. I legislatori etiopi hanno votato per tagliare i finanziamenti alla regione a ottobre, una mossa che ha fatto infuriare i leader del Tigray.

A novembre le ostilità si sono accese in un vero e proprio conflitto armato, che ha scosso l’intero Corno d’Africa.

I fatti da novembre ad oggi

I combattimenti sono iniziati quando il primo ministro Abiy Ahmed ha ordinato l’inizio di un’offensiva militare contro il Tigray, dopo aver accusato il TPLF di aver attaccato le basi militari federali in più località della regione, uccidendo soldati e sequestrando attrezzature militari. 

Il TPLF ha negato di aver dato inizio al conflitto, ma ha affermato di aver sequestrato le basi militari come “sciopero preventivo” a seguito di una rottura nei rapporti con Abiy. La risposta del governo federale è consistita in attacchi aerei e un’offensiva di terra per estromettere il TPLF dal potere. 

Intanto il governo federale ha interrotto la connessione internet e i servizi telefonici ed è stato impedito l’ingresso ai giornalisti e agli operatori umanitari. Pertanto, risulta difficile confermare le rivendicazioni delle due fazioni riguardo il controllo dei territori o la presunta cessazione di operazioni militari. 

A fine novembre, il governo ha dichiarato la vittoria, ma la realtà emergente è ben diversa. Il TPLF ha promesso di continuare a combattere, e la guerra si svolge all’oscuro dallo sguardo del mondo esterno. La resistenza è continuata tra accuse di esecuzioni extragiudiziali e violazioni dei diritti, e gli scontri sono tuttora in atto. 

La corsa alla guerra ha esacerbato gravemente le divisioni etniche e ha provocato avvertimenti di potenziale pulizia etnica e persino genocidio. Tutte le parti coinvolte in questo recente conflitto, comprese le forze federali etiopi e le milizie alleate Amhara, sono state infatti accusate depredazioni e violenze di origine etnica.

Lo scontro ha attirato anche la vicina Eritrea, alleata del governo federale dell’Etiopia e fautrice di un risentimento di lunga data verso il TPLF. A novembre, infatti, il TPLF ha lanciato quattro razzi contro l’Eritrea dopo aver accusato l’Eritrea di inviare soldati nel Tigray per sostenere la campagna di Abiy. Sia il governo eritreo che quello etiope negano che le forze eritree siano nel Tigray, ma diversi rapporti dimostrano il loro coinvolgimento nello scenario di guerra. 

La crisi umanitaria

Il conflitto si inserisce in un quadro complesso nel quale diverse situazioni si incastrano generando un mix esplosivo di violazioni di diritti umani. Complessivamente, secondo le stime delle Nazioni Unite e del governo locale, migliaia di persone sono state uccise durante il conflitto e oltre 950.000 rese sfollate, per fuggire dai combattimenti, compresi i raid aerei e l’artiglieria pesante. 

A livello umanitario, tre sono le problematiche principali: 

  1. La fuga di rifugiati verso il Sudan

Dall’inizio del conflitto, più di 50.000 persone hanno attraversato il confine entrando nel vicino Sudan per fuggire dai combattimenti. Si stima che oltre il 30% di loro abbia meno di 18 anni e il 5% ne abbia più di 60. La maggior parte sono arrivati in Sudan senza niente, esausti dal tragitto.

I rifugiati giunti nelle ultime settimane raccontano di essere stati coinvolti nel conflitto e di essere stati vittime di vari gruppi armati, affrontando situazioni pericolose come reclutamento forzato e violenze sessuali. Nonostante il governo lo neghi, alcuni rifugiati hanno dichiarato che le forze armate in Etiopia avevano cercato di impedire loro di attraversare il confine. 

Il Sudan sta mantenendo una politica di apertura verso i rifugiati, ma le condizioni di vita nei campi profughi e nelle aree di accoglienza non sono ottimali, anche per quanto riguarda le misure di prevenzione covid-19. L’UNHCR e le organizzazioni umanitarie si sono precipitate per aumentare le risorse nei campi, allestendo case temporanee, scuole e cliniche per affrontare quello che è stato il più grande afflusso di rifugiati nel Sudan orientale degli ultimi due decenni. 

  1. L’isolamento del Tigray (guerra, fame, violazioni)

Milioni di persone necessitano di assistenza emergenziale nella regione settentrionale dell’Etiopia colpita dal conflitto. Prodotti alimentari e altri mezzi di sussistenza scarseggiano, e i pochi a disposizione vengono saccheggiati o distrutti. Il cibo non è disponibile o è estremamente limitato nei mercati, e il rischio di malnutrizione è altissimo. Centinaia di migliaia potrebbero morire di fame se l’assistenza urgente di emergenza non viene mobilitata.

Eppure, le Nazioni Unite e altre agenzie umanitarie non hanno potuto accedere liberamente al Tigray sin dall’inizio del conflitto emerso tra le forze federali etiopi e il TPLF. Le feroci battaglie, infatti, sono iniziate sotto la copertura di un’interruzione delle comunicazioni: persino agli operatori umanitari è stato vietato l’accesso. Nel frattempo, migliaia di persone venivano uccise.

Progressivamente, gli aiuti umanitari hanno iniziato a raggiungere le persone colpite, seppur fortemente limitati dagli ostacoli burocratici e dai continui combattimenti. Questo rallenta gli sforzi per fornire assistenza salvavita. La situazione è preoccupante in quanto la crisi della fame incombe e i rifugiati etiopi in arrivo in Sudan hanno descritto pesanti bombardamenti nelle città da cui sono fuggiti. 

  1. I campi profughi di eritrei 

Al conflitto si incastra un’altra problematica esistente già prima degli scontri nel Tigray: la fuga di eritrei a causa della persecuzione politica e del servizio militare obbligatorio nel loro paese di origine. Anche prima dei combattimenti, il Tigray ospitava fino a 200.000 rifugiati e sfollati. Ora, con l’intensificarsi del conflitto, altre decine di migliaia di persone stanno fuggendo. 

Questo è un altro scenario segnato da gravi violazioni del diritto internazionale. Migliaia di rifugiati eritrei che vivono nei campi profughi della regione del Tigray, in Etiopia, hanno un disperato bisogno di rifornimenti di base, come cibo e acqua pulita. 

Violenze sessuali, stupri, aggressioni e altre violazioni dei diritti umani sono stati riportati nei campi profughi nel Tigray, soprattutto nei confronti di donne e ragazze. Secondo le Nazioni Unite, alcune donne sono state anche costrette da elementi militari a fornire prestazioni sessuali in cambio di beni di prima necessità.

L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) ha affermato che le immagini satellitari mostravano incendi e nuovi segni di distruzione nei campi di Shimelba e Hitsats per i rifugiati della vicina Eritrea. Oltre a questo, sono stati segnalati soldati eritrei che rimpatriano con la forza rifugiati eritrei dal Tigray nel loro paese di origine. 

Gli operatori umanitari stanno lanciando l’allarme di fronte a costanti report di violenza etnica, uccisioni, saccheggi di massa, stupri, rimpatri forzati di rifugiati in Eritrea e possibili crimini di guerra. In questa bilancia di poteri e interessi, la vita e la sicurezza di centinaia di migliaia di persone è a rischio. Il governo etiope deve garantire un accesso umanitario totale, sicuro e senza ostacoli nel Tigray. Allo stesso tempo, è necessario stabilire un dialogo con il Tigray, per scongiurare il susseguirsi di violazioni di diritti umani e l’escalation nel grave crimine di guerra del genocidio. 

Conflitto in Etiopia, immagine da BBC
Conflitto in Etiopia, immagine da BBC
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